Dietro ogni divisa, ogni ruolo, ogni punto conquistato, c’è una persona. Un cuore che batte, una storia che pulsa. Emozioni, sogni, cadute, rinascite. È lì che vogliamo arrivare con “Senti questa”, la nuova rubrica firmata Chieri ‘76. Un viaggio che inizia dove finisce il campo, per raccontare la parte più autentica, più fragile, più viva delle persone che compongono la nostra grande famiglia biancoblù.
Accanto al già amato format “Oltre la rete”, “Senti questa” nasce con l’intento di creare un legame ancora più forte con tifosi, appassionati e semplici curiosi. Un filo invisibile che unisce emozioni diverse, ma ugualmente vere. Dopo coach Nicola Negro, ai microfoni c’è il capitano Ilaria Spirito.
Ilaria, dovessi raccontarmi l’aneddoto più strano, emozionante, bello? Un’esperienza particolare, folle, piuttosto che un incontro che non dimenticherai mai…
Tralasciando l’Olimpiade, che è stata folle, incredibile, indelebile, ti racconto una cosa bellissima. La scorsa estate ho incontrato Orietta Berti. Era la cantante preferita di mia nonna, che purtroppo non c’è più. Incontrarla è stato molto surreale, mi ha fatto specie. Ha una vitalità pazzesca e, appunto, ha questo nesso con nonna che mi ha fatto emozionare tanto. Mai più avrei pensato di assistere a un suo concentro, incontrarla e conoscerla.
E la cosa più assurda e divertente successa prima, durante o dopo una partita, dagli inizi della tua carriera ad oggi?
Quando qualcuno ha dimenticato la divisa da gioco o le scarpe per entrare in campo (ride, ndr). Una volta per fortuna un assistente allenatore aveva lo stesso numero di scarpe di questa ragazza che si era dimenticata di portarle. E poi, durante la partita sicuramente qualche follia arbitrale e il dopo match… Beh, direi che a Chieri con i Briganti è sempre tutto intenso. Non avevo mai vissuto questo calore prima di entrare a far parte di Chieri. Il pre match con Novara, quando giochiamo il derby in casa, è sicuramente un’atmosfera che annovero nelle cose inusuali, non scontate, ecco.
Prima parlavamo di Olimpiadi. Ecco, qual è stato il tuo primissimo pensiero dopo l’oro olimpico?
Un sospiro di sollievo per tutto ciò che avevo passato, tra infortuni e difficoltà. Mi sono detta, “cavolo, guarda dove sono!”. E ho pensato a mamma e papà, che mi hanno supportata e sopportata in tutti questi anni.
E il secondo pensiero, quello più a bocce ferme, diciamo?
Quello che dico e penso ancora adesso è “caspita, ho vinto un’Olimpiade”. Quante persone al mondo lo possono dire? Ho partecipato e ho vinto. Fa ancora stranissimo.
Secondo te, qual è la ricetta perfetta (se esiste) per lavorare bene in campo?
Non penso esista, ma sostengo che ci siano modi migliori di altri per lavorare bene in campo. Non si possono garantire risultati, certo, ma occorrono una buona propensione al rispetto degli altri e al lavoro, la disponibilità ad accettare le decisioni degli allenatori e i cambiamenti che mette in atto, un’apertura mentale importante e che le persone si divertano nel fare ciò che fanno, per trasmettere agli altri questa sensazione, che se però non si vive in prima persona non può essere diffusa.
Cosa ti ha insegnato la pallavolo, che nessuno ti aveva mai insegnato prima?
Che con la sola forza individuale non si riesce a raggiungere nulla. Serve lavorare insieme per arrivare a grandi obiettivi.
E l’essere capitano? Ti ha trasmesso qualcosa che usi anche nella vita fuori dal campo?
Sì, mi ha insegnato ad avere pazienza con le altre persone, a comprendere meglio caratteri e visioni diversi dalla mia. Essere capitano vuol dire capire le persone che hai di fianco e farle lavorare al meglio. Ed è una grande lezione che porto con me nella vita di tutti i giorni.
Che playlist ascolti nel tuo quotidiano? E prima di una partita?
Qui caschi male (ride, ndr). Ascolto di tutto già mentre sono in auto verso il palazzetto e poi negli spogliatoi sento la musica che mettono le mie compagne. Comunque passo dall’italiano allo straniero, dal pop al romantico, attraverso tutti i mood, perchè dipende dalla fase in cui sono. La mia playlist su Spotify contiene qualsiasi cosa!
Quarta stagione con Chieri. Cosa ami di più di questa grande famiglia?
Amo il senso del lavoro, l’etica, il rispetto di tutti e la grande dedizione, che accomuna ognuno di noi, tra atlete, dirigenti, volontari e staff. Amo il professionismo e la professionalità di questa grande famiglia.
Se non facessi la pallavolista, secondo te cosa faresti di mestiere?
Non ne ho idea, non ci ho mai pensato! Mi sarebbe piaciuto fare il medico, ma questa cosa non poteva coesistere con la carriera da pallavolista. Non so, magari non sarei riuscita a fare il medico e soprattutto a essere un buon medico, ma mi sarebbe piaciuto!
